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TEATRO
ILLIRIA - POGGIARDO (LE)
SABATO 26 NOVEMBRE 2005
MOBBING...
oltre l'analisi...
INCONTRO - DIBATTITO
PROMOSSO
DALLA UILCA - LECCE
Relazione introduttiva
di
Oronzo Pedio
Quello odierno è il terzo appuntamento sul mobbing promosso dalla
UILCA, unitamente alla UIL di Lecce.
Prima di iniziare il mio intervento vorrei ringraziare
l’Amministrazione Comunale di Poggiardo e la Provincia di Lecce che
hanno concesso il Patrocinio all’iniziativa, vorrei ringraziare il
Sindaco Silvio Astore che ha immediatamente accolto la nostra
richiesta, vorrei ringraziare tutte le persone oggi presenti in
sala, ma, soprattutto, i relatori che hanno dato la loro
disponibilità ad affrontare un tema così importante qual è il
mobbing. Oggi vogliamo proseguire nell’opera di informazione e di
sensibilizzazione sulle tematiche del mobbing con l’obiettivo di
andare “oltre l’analisi”… passare, laddove possibile, dal
ragionamento alla dimensione operativa.
Questo intervento introduttivo sarà incentrato sull’esperienza da
noi maturata nel corso degli anni. Nel novembre del 1999 abbiamo
elaborato e distribuito un primo fascicolo, contenente una sintetica
letteratura sul fenomeno ricevendo, dopo pochi giorni, diverse
telefonate da parte di Lavoratori che chiedevano ulteriori
approfondimenti sull’argomento. Al primo fascicolo, quindi, ne sono
seguiti altri due.
Sappiamo benissimo che il lavoro, nella società odierna, oltre ad
essere mezzo di sostentamento è anche vera e propria identificazione
sociale. Il lavoro rappresenta, quindi, ciò che l’individuo è nella
società ed esercita una forte influenza sul livello di autostima
personale. Al giorno d’oggi si parla molto di qualità della vita, ma
ciò non ha alcun senso se non si parla anche di qualità del lavoro,
considerato che la vita lavorativa e quella extralavorativa non sono
cose separate, né separabili.
Il Mobbing, relativamente nuovo come termine, teorizza, in realtà,
fenomeni antichi e molto noti quali le vessazioni, le angherie sul
posto di lavoro, le continue pressioni attuate da superiori sui
sottoposti o tra colleghi stessi.
Potremmo dire, quindi, che si verifica una situazione di mobbing
quando un dipendente è oggetto ripetuto di soprusi da parte di
superiori o colleghi di pari grado e, in particolare, quando vengono
posti in essere comportamenti diretti ad isolarlo dall'ambiente di
lavoro o ad espellerlo con la conseguenza di intaccare gravemente
l'equilibrio psichico dello stesso, riducendone la capacità
lavorativa e la fiducia in se stesso.
Le trasformazioni che interessano molti settori produttivi, i nuovi
modelli organizzativi che ne derivano e che spesso provocano una
vera e propria insana competitività tra i Lavoratori, sono terreno
fertile per il Mobbing. Allo stesso modo è terreno fertile per il
mobbing un alto tasso di disoccupazione, la precarietà del lavoro.
Il nostro territorio è noto, oltre che per la pizzica, anche e
soprattutto per gli elevati livelli di disoccupazione.
Prima dell’inizio dei lavori del Convegno del giugno 2002 ho
ricevuto la telefonata di un lavoratore il quale si rammaricava di
non poter raggiungere Lecce nell’occasione. Questo lavoratore è poi
venuto a trovarci e ci ha raccontato la sua storia. Oltre alle
definizioni che vi sono sul mobbing non c’è niente che possa
spiegarlo meglio di una storia vera, vissuta, sofferta… Allora vi
voglio parlare proprio di questa storia, una storia che ci siamo
fatti raccontare per diverse volte tanto sembrava assurda…….
Lo facciamo leggendo la sintesi di un articolo pubblicato dal
quotidiano Lecce Sera.
Il Lavoratore di cui si parla è presente in sala. Lo saluto e mi
scuso anticipatamente, poiché so benissimo cosa significhi per lui
questa rievocazione.
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Lecce Sera 8 gennaio 2003
Un uomo racconta la sua vita d’inferno in un’azienda del Basso
Salento
Dieci anni in mobbing umiliato e offeso
Basso Salento. Lì dove il regno del calzaturiero ha inventato nuovi
miti. L’uomo è alto, non tradisce la sua età, ha i capelli
disinvoltamente bianchi. Veste sportivo, jeans e felpa. Ha una voce
pacata. Racconta un’odissea. Si passa la mano sulla fronte.
Inizia così: “Poi a un certo punto i colleghi hanno avuto
paura di parlare con me. Ero quello che bisognava tenere lontano.
Non c’era spiegazione per quel che avveniva, però avveniva. Ho
cominciato a non dormire la notte. Avevo dolori alle articolazioni.
Non riuscivo a respirare. Mi vergognavo di uscire di casa. Ancora
oggi, dopo anni, non capisco.
Lo vedono protagonista diverse inchieste di lavoro. E’ autore di
esposti alla Procura. Di una cosa è sicuro: non si fermerà.
“Parlare di questo è difficile. Molti preferiscono non farlo. Invece
è necessario raccontare”.
Ha 47 anni, è sposato, tre figli, e una compagna che, per scelta si
è dedicata alla famiglia. Nell’azienda in cui era stato assunto con
mansioni di responsabile dell’ufficio fatturazione - sviluppo delle
fatture, negoziazione dei documenti in banca con lettere di credito,
ecc., ci stava dal 1978.
Un’azienda leader del comparto. Leader nel modo in cui lo si poteva
essere a cavallo tra gli anni 70 e 80: molto familismo, molto
paternalismo, il sindacato in fabbrica non ci entra, e il datore di
lavoro considerato un po’ il padre padrone di tutto il paese. A
raccontare quei periodi ci sono i libri bianchi di Cgil Cisl Uil.
Bisognerebbe riprenderli in mano. Lavoro nero, lavoro minorile, e
materiali che portano il cancro.
“Nel 1987”, racconta, “il primo episodio spiacevole. Una mattina,
alle 5, mi ero offerto volontario per caricare un camion. Ultimata
l’operazione, dissi ad un altro operaio di spostare il mezzo dalla
rampa di carico, perché era necessario prepararsi per il carico di
un altro vagone. Sotto il camion c’era il fermo. Fu in quel momento
che passò l’allora direttore dell’azienda. Di colpo incominciò ad
urlare contro di me: chi c... sei? Chi c... ti credi di essere? Chi
ti autorizza? Erano le 6.50. Gli operai iniziavano a lavorare. Mi
sentii imbarazzato per essere stato trattato in quel modo. Entrai in
macchina… per sfogarmi girai in auto per circa 20 minuti. Tornai in
azienda e trovai la prima sorpresa: sospeso per dieci giorni”.
E’ l’inizio di quello che Mario chiama l’odissea del mobbing. E di
cui sono state vittime, dice adesso, anche altri dipendenti come me.
E’ un’escalation vertiginosa quella che racconta. Che è sui
fascicoli del tribunale civile e dei giudici del lavoro. Che è tra
le carte inviate in Procura.
Riprende il racconto. Dopo quei dieci giorni di sospensione, l’uomo
viene trasferito in un altro opificio, sempre ufficio fatturazioni,
ma niente responsabilità. Solo fatture e negoziazione dei documenti
in banca. A un certo punto l’azienda, il suo direttore, trova da
ridire sulla necessità del dipendente di accompagnare il figlio a
Bologna, bisognoso di cure mediche. E’ il 1989, quando la vicenda
subisce una svolta e un’accelerata. Mario viene trasferito in
portineria. Unico compito distinte sovrapacchi. “Ero stato
umiliato ed era stata offesa la mia dignità”, dice.
“Non
ci sono parole per descrivere la mia vergogna quando entravano in
fabbrica le persone con cui precedentemente avevo avuto contatti di
lavoro molto diversi, direttori di banca, spedizionieri, gli stessi
colleghi. Il tutto puntava a distruggermi psicologicamente. Restai a
lavorare solo perchè avevo grossi problemi familiari, tra cui le
cure necessarie per mio figlio, e anche perché speravo che in futuro
le cose sarebbero andate diversamente. Non avevo fatto nulla di male
per meritare quel che stava accadendo. Invece le cose andarono
sempre peggio”.
Il peggio è il capo dell’azienda che davanti ad altri direttori
presenti dice (Mario la racconta così): “Quanto mi costi di scatti
d’anzianità. Ma non hai capito che non capisci niente? Perché non te
ne vai?” E poi rivolto ai presenti “Toglietemelo davanti, mandatelo
a Milano o a lavare i camion. Non lo voglio vedere”. In
quell’azienda del Basso Salento dove, adesso dice, “il rispetto per
chi lavora era un optional”, Mario fu dunque spostato dalla
guardiola in un ufficio dove il lavoro lo occupava soltanto un’ora
al giorno e poi dunque nuovamente in guardiola, e sempre con il
datore di lavoro che, incontrandolo, chiedeva ai direttori: “Ma
questo sta ancora qua? Non lo avete mandato via?”.
Lui nel frattempo comincia ad accusare disturbi fisici: non riesce a
camminare, ha male ai polsi e alle articolazioni, non riesce a
respirare. E’ allora che decide di rivolgersi al sindacato.
Il 25 gennaio del 1996, racconta: “Ci fu la prima transazione: ero
stato distaccato in un altro ramo d’azienda. Mi bastò però poco
tempo per capire. Lì non c’era nulla da fare, mi avevano
semplicemente parcheggiato. Alla fine si rischia di impazzire. Mi
lamentai con il responsabile dell’ufficio personale. Mi disse che le
condizioni erano quelle. In azienda non potevo tornare. Mi
assicurarono comunque che avrebbero trovato una soluzione momentanea
fino a quando... non si fosse calmato. E in effetti la trovarono. Fu
quella del telelavoro”.
Ma anche qui, denuncia Mario, c’era l’inghippo. Perché a lui
nessuno ha mai consegnato l’attrezzatura necessaria per svolgere i
compiti: “Sono stato 3 anni a casa pagato senza fare niente”.
Così si arriva al 1999, e alla cassa integrazione guadagni.
Coadiuvato dal sindacato impugna il provvedimento, viene richiamato
in azienda, ritorna in ufficio senza svolgere alcun compito, e dal
24 marzo all’11 luglio è nuovamente in cassa integrazione.
“Non sono più rientrato in azienda, perché non c’è stata nessuna
rotazione. Per un anno addirittura non ho percepito lo stipendio. Il
12 luglio infine ho ricevuto una raccomandata con cui sono stato
licenziato e messo in mobilità. Così è accaduto quello che...
chiedeva: sono stato allontanato dal lavoro a tutti gli effetti di
legge”.
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Alcune settimane dopo questa intervista viene emessa la sentenza che
condanna l’azienda ad un risarcimento economico nei confronti del
Lavoratore. Vogliamo ancora citare alcuni passaggi dell’articolo
pubblicato sempre su Lecce Sera. L’articolo è del 14 febbraio 2003:
Nella sentenza che condanna l’azienda al risarcimento danni la
parola mobbing non viene menzionata nemmeno una volta. Eppure tutto
il dispositivo depositato in cancelleria il 31 gennaio scorso, è
inequivocabile;
il giudice del lavoro ha accolto quasi completamente le tesi di
M.S., 47 anni, già dipendente della azienda spa con mansioni
inizialmente di responsabilità, poi "degradate" via via fino ad
arrivare alla guardiola, e dunque a due anni di cassa integrazione
straordinaria e adesso mobilità.
Le pagine 10 e 11 della sentenza sono inequivocabili.
"Dall'istruttoria svolta",
si legge, "il decidente ricava il convincimento che il ricorrente
da un certo momento in poi è effettivamente divenuta persona
sgradita al titolare dell’azienda.". Sono stati gli stessi
testimoni ascoltati dal giudice a disegnare una situazione aziendale
estremamente difficile per il dipendente. Il punto di vista del
giudice è inequivocabile: “il datore di lavoro ha l'obbligo
di tutelare l'integrità fisica e della personalità morale del
prestatore di lavoro". Nessuna ragione potrebbe portare a
legittimare mortificazioni del lavoratore, mancanza di rispetto e
non considerazione per la sua persona, come è avvenuto nel caso di
specie, fermo restando che in presenza di valide ragioni la società
resistente avrebbe potuto far uso del suo potere disciplinare ed
eventualmente valutare se far cessare il rapporto di lavoro.
Quello che rileva, invece, è che si è di fronte a comportamenti e
fatti che hanno di per sé una portata lesiva della personalità
morale del ricorrente come della dignità personale di qualsiasi
lavoratore.
Tale lesione va certamente affermata e sanzionata sul piano
risarcitorio. In particolare, dall’ istruttoria svolta è emerso che
il ricorrente è stato mortificato sotto il profilo professionale, è
stato isolato sul lavoro perché mal visto e mal considerato, è stato
trattato con modi che denotavano insofferenza, non considerazione e
mancanza di rispetto per la sua persona ".
… Oggi la domanda del quarantasettenne ex dipendente arriva come un
pugno nello stomaco: "La mobilità termina tra due anni. Cosa farò a
50 anni? Come farò a mantenere la mia famiglia?". E prosegue: "La
cassa integrazione è stato il modo per togliermi di mezzo, per
risolvere il problema, e il mobbing non è terminato nel 2000, ma di
fatto fino al 2002, fino a che non sono stato licenziato". La
vicenda ovviamente non termina qui. Non solo per l'eventuale
impugnazione della sentenza, ma anche perché a leggerla fra le righe
altri rivoli giuridici sembrano aprirsi. Oltretutto proprio in tema
di mobbing potrebbe fare testo e illuminare, più da vicino, la "vita
vera" nelle aziende. S. tra le righe lo dice: "Nessuno la nomina. Ma
esiste, e come". (C.p.)
Sulla vicenda c’è stato un incredibile silenzio da parte dei media
locali: silenzio interrotto (solo per un giorno), nel momento in cui
lo stesso Lavoratore, ha dettato poche righe all’Ansa regionale
sulla vicenda. Quindi il 1° aprile articoli de La Gazzetta, di
Repubblica e del Corriere del Mezzogiorno. …
Un Lavoratore che, grazie all’importante sostegno della propria
famiglia (è uno dei casi in cui, fortunatamente, non si è verificato
il cosiddetto doppio mobbing, cioè una chiusura anche da parte
familiare), porta avanti da anni una battaglia durissima a difesa
della propria dignità e del proprio posto di lavoro.
Questo è il mobbing!!!
Noi abbiamo sempre ritenuto prioritario che, per contrastare il
fenomeno del mobbing, occorre elevare il livello di informazione ed
avere il supporto da parte dei media. Nella società salentina
trovare una Lavoratrice o un Lavoratore disponibile a denunciare
pressioni, persecuzioni psicologiche o continue vessazioni subite è
quasi impossibile. Nel momento in cui una persona, esasperata, trova
il coraggio di raccontare la sua storia, di combattere con le
proprie forze contro un potere enorme… tutte le porte si chiudono.
Soltanto La 7 ha dato la disponibilità al Lavoratore di intervenire
in una trasmissione a tema. Parlare di quanto è successo, invece,
con i media locali è estremamente imbarazzante… per non dire
frustrante.
E’ pur vero che viviamo in una Società che calpesta ogni valore, in
una società basata sempre di più su un potere mediatico teso a farci
crescere a “pane e grande fratello o a pane e isola dei famosi”…
… forse certe storie e certe tematiche sociali non aiutano i dati di
ascolto…
Meglio allora il “solito” faccia a faccia, con i “soliti”
personaggi, con i “soliti” temi che tanto ci appassionano!!!
La prima indagine in provincia di Lecce nel settore del Credito,
Esattorie e Assicurazioni è stata condotta dalla nostra
Organizzazione sindacale: nel febbraio 2001 abbiamo distribuito
circa 400 questionari tra i Lavoratori del settore della nostra
Provincia.
Da tale indagine, i cui dati sono già stati illustrati nel Convegno
del 2002 è emerso che una percentuale significativa di persone
riteneva di essere stata o di essere ancora sottoposta ad azioni di
mobbing. Vi era una buona precisione nelle risposte, nonostante la
difficoltà del questionario.
Dal maggio del 2002 è attivo il nostro numero verde 800915079 ed è
stato istituito il primo Centro di Ascolto nella nostra Provincia.
Ci sembra importante citare alcuni dati della nostra attività, non
senza aver prima sottolineato che tutto il nostro impegno è su base
volontaria e che il sostegno è esclusivamente sindacale.
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Passare dalle parole alle azioni concrete spesso è difficile,
difatti, un conto è parlare genericamente del fenomeno un altro è
toccare con mano i casi reali, parlare con i Lavoratori, ascoltare
le loro storie, in alcuni casi sconcertanti. Sovente ci troviamo di
fronte persone in evidente difficoltà dal punto di vista
psico-fisico, persone colpite sistematicamente nella loro dignità.
Persone molto legate al proprio lavoro e che, per questo, vivono con
estrema sofferenza, una situazione di emarginazione, di vessazione
continua. Persone alla ricerca di solidi punti di riferimento in
grado di dare risposte concrete alle loro esigenze e che, spesso,
trovano soltanto porte chiuse. Persone
prigioniere di vari sintomi confessati con imbarazzo. Alcune si
rifugiano, hanno trovato, fortunatamente, sostegno e conforto nella
famiglia. Nell’ambiente di lavoro, per svariate ragione, invece, si
registra spesso uno scarso senso di solidarietà. L’unico valore, la
solidarietà, appunto, in grado di contrastare fenomeni di disagio
lavorativo, spesso viene annientato, purtroppo, da uno scellerato
individualismo.
Dobbiamo fermarci un attimo a riflettere… Provare, per quanto
possibile, a mettersi nella testa di queste persone, sentirne le
ragioni, essere soprattutto capaci di ascoltare… capaci di
ascoltare, non solo di “sentire”… evitando manifestazioni di
insofferenza o, peggio ancora, di diffidenza… teniamo ben presente
che nessuno può considerarsi immune dal mobbing!
Non siamo certamente noi a poter dire con certezza se una persona
sia sottoposta o meno a mobbing, non ci arroghiamo conoscenze
scientifiche proprie dei professionisti del settore, riteniamo,
tuttavia, che un buon quadro sindacale, a contatto quotidiano con i
Lavoratori, sia in grado di individuare e discernere tra quello che
può essere un “conflitto” considerato quasi fisiologico nel mondo
del lavoro italiano, da un conflitto sistematico, premeditato con lo
scopo di isolare e distruggere psicologicamente e professionalmente
un Lavoratore.
A volte i Lavoratori che si sentono inseriti nella spirale del
mobbing muovono l’indice contro il Sindacato perchè, secondo la loro
esperienza, il Sindacato non avrebbe recepito o saputo ascoltare le
loro istanze, avrebbe sottovalutato il loro disagio…
Affermazioni che richiedono attenta riflessione… forse anche una
pesante autocritica da parte nostra… Sicuramente, come UIL e come
UILCA riteniamo che le costanti iniziative attivate in questi anni
sulle termiche del mobbing, i nostri sforzi costanti, la nostra
presenza, siano testimonianza del nostro profondo impegno a tutela
dei lavoratori.
Per questo, nonostante le innumerevoli difficoltà, noi riteniamo si
debba continuare ad andare avanti con sempre maggiore convinzione e
determinazione. Lo dobbiamo a tutte le Lavoratrici ed a tutti i
Lavoratori che vedono in noi un punto di riferimento.
Per contro oggi più che mai si avverte la improcrastinabile
necessità di una legislazione specifica sul mobbing che tarda ad
arrivare.
In attesa dei necessari supporti legislativi, comunque, come
Sindacato cerchiamo di affrontare il problema dal punto di vista
prettamente negoziale inserendo, anche all’interno dei Contratti
Collettivi, azioni di prevenzione.
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Perché continuiamo a parlare di mobbing? Perché riteniamo che questo
fenomeno distruttivo debba essere combattuto innanzitutto attraverso
la conoscenza: conoscerlo, quindi, per debellarlo.
C’è voglia di discutere, tra i lavoratori, dei propri diritti, del
diritto, soprattutto, ad un ambiente di lavoro sano. C’è necessità
di sviluppare sempre più la cultura della conoscenza. Uno sviluppo
reale e non un semplice slogan!!!
Noi ci siamo, andiamo avanti con determinazione, sfidando il
difficile passaggio dalle parole ai fatti. Combattere il mobbing
significa unire le energie, unire i percorsi, programmare
piattaforme comuni, significa rendere patrimonio comune tutte le
esperienze delle strutture che si occupano del fenomeno. Per quanto
riguarda il settore del Credito già nel giugno 2000 avevamo chiesto
alle altre OO.SS. del settore di lavorare in tal senso. Oggi
ripetiamo l’invito.
Vorrei concludere citando il passaggio finale dell’intervento tenuto
dal mio amico Duilio Gandolfi, della Direzione Nazionale UILCA, al
Convegno del 2000: “tutto quanto è stato detto si colloca nella
nostra visione di una vita più pacifica, più civile,
qualitativamente migliore. Una visione certamente condivisa da tutti
voi.”
Vi ringrazio per l’attenzione.
La Critica Politica - Poggiardo
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